Il ritorno di Berlusconi con sollievo

attends 'Che Tempo Che Fa' Tv Show on November 26, 2017 in Milan, Italy.

C’è uno strano sentimento che pervade l’elettorato di sinistra in Italia in questa travagliata stagione politica. In un momento di grande confusione tra partiti, leader, lotte sindacali e civili, populismi di varia matrice fino ad arrivare al ritorno di fascismi e persino nazismi, l’elettore della sinistra si trova in una posizione strana riguardo ad una delle figure politiche che ha da sempre avversato: l’ex cavaliere Silvio Berlusconi. È come se in tutto questo scenario la portata negativa e perniciosa di Berlusconi venisse sovrastata da altri e più imminenti pericoli, e come se il suo ritorno venisse quasi accolto con sollievo, per non dire come una salvezza. Questa pruriginosa e finora impensabile situazione è ben rappresentata dal “gioco della torre”, al quale più o meno seriamente il tipico elettore di sinistra si è prestato.

Tutto comincia con l’intervista a Eugenio Scalfari nella trasmissione “Di Martedì” durante la quale il conduttore Giovanni Floris ha chiesto al fondatore de “la Repubblica” chi sceglierebbe tra il leader di Forza Italia e il candidato premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. La risposta è stata Berlusconi, ed ha destato parecchio scalpore considerato che Scalfari è stato suo grande oppositore fin quasi dal primo momento. Il gioco della torre ha visto Di Maio finire buttato di sotto. Sia chiaro, l’ipotesi del gioco è una forzatura ed una semplificazione della realtà, che non contempla l’esistenza di altre opzioni e non tiene conto del contesto. Tuttavia racconta di una situazione reale, non immaginaria, un dilemma vero. Ed è un dilemma che bisogna avere il coraggio di risolvere, almeno in via astratta, come ha fatto Scalfari scegliendo Berlusconi

La scelta fatta da Scalfari non è incomprensibile e stralunata. Appare, invece, molto più il calcolo ragionato di un navigato esperto di politica. Scalfari sa che Berlusconi non è più il pericoloso animale politico di una volta, capace di piegare il Parlamento al proprio volere e di rendere le istituzioni repubblicane strumenti per la salvaguardia dei propri interessi personali. Nelle intenzioni e nelle capacità, l’ex cavaliere sembra essere piuttosto smorzato. In questo proposito gioca l’età, che avanza per tutti e costringe a riconsiderare progetti e fatiche. Ciò che tuttavia continua a spingere Berlusconi nel suo impegno politico è il forte orgoglio e l’innato spirito da leader, nonché una certa voglia di rivincita nei confronti di chi lo ha voluto vedere fuori dai giochi.

Oltre a quello appena menzionato, ci sarebbero altri motivi per i quali Berlusconi rappresenterebbe allo stato attuale un problema meno preoccupante rispetto a Di Maio. Innanzitutto Berlusconi è un male conosciuto, mentre Di Maio e il Movimento 5 Stelle sono un male ancora incognito. Un governo Di Maio sarebbe un bel salto nel buio, una navigazione in acque sconosciute, per motivi di imprevedibilità nell’azione di governo e di capacità nell’assumere tale ruolo. Inoltre Berlusconi, benché personalità esuberante e talvolta impetuosa, porta in dote con se il moderatismo di una certa destra italiana, con il bagaglio di conoscenze delle pratiche politiche e il senso di responsabilità che caratterizzano alcuni dei suoi esponenti, come il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, già ventilato come candidato premier. Le velleità antisistemiche ed il populismo del Movimento 5 Stelle potrebbero risultare in una azione politica fin troppo rischiosa per il paese. Infine vi è un motivo meno ideologico e più viscerale: il Movimento 5 Stelle si configura come il nemico più vicino per la sinistra, in quanto beneficiario dei voti da essa persi, ed è ora il soggetto politico preferito da quel popolo di operai e classe medio-bassa che una volta si chiamava proletariato e votava in massa per il PCI. Una netta vittoria del Movimento 5 Stelle equivarrebbe alla definitiva sconfitta della sinistra nel rappresentare e convincere un certo popolo. Una vittoria, invece, di Berlusconi tale che la sinistra riesca a difendere parte dei suoi consensi dall’erosione dovuta al Movimento 5 Stelle, potrà essere invece meno indigesta e meno amara.

La formulazione del gioco dice tutto della situazione della sinistra italiana, ridotta, come dimostrano i risultati delle recenti elezioni in Sicilia e ad Ostia, ad un ruolo di secondo piano, indebolita e ridimensionata. Ciò però non deve essere motivo di avvilimento e non deve indurre all’autoflagellazione. Anzi, guardare agli altri ed esprimere delle preferenze serve a non smarrirsi e a ritrovare punti fermi. Se il pragmatismo e il calcolo strategico sono buone virtù in politica, allora per il momento va bene anche Berlusconi.

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“Game of Referendum”: la partita politica dietro il voto del 4 dicembre

Nel marasma generale di una campagna elettorale cominciata fin troppo presto e che a due mesi dal voto ha già raggiunto vette inaudite di esasperazione, sembra già necessario tirare il fiato e prendersi un momento per riflettere. L’esercizio utile in questo caso è guardare oltre l’importante appuntamento elettorale e provare a delineare scenari ed equilibri politici di quella che potrebbe essere l’Italia del dopo referendum. Perché forse è solo così che si può comprendere meglio quello che sta accadendo ora e si può riuscire a dare un senso a tutto il parapiglia.

Come la riforma costituzionale possa incidere su qualità e quantità della produzione normativa e più in generale sulla vita politica del paese è ancora una grossa incognita. Quello che si sa è che si tratta di una riforma rilevante, che andrebbe a modificare profondamente l’ordinamento dello Stato: stiamo pur sempre parlando della revisione di ben 47 articoli della Costituzione. Tuttavia, previsioni e profezie emanate dalle parti a sostegno del Sì e del No appaiono piuttosto esagerate quando dipingono situazioni apocalittiche in caso di vittoria dell’uno o l’altro schieramento. Molto probabilmente non si verificheranno crolli dei mercati e disastri economici, e nemmeno derive autoritarie del paese o marce su Roma. L’esasperazione del confronto non è data dalla passione nel dibattere sul merito della questione, vale a dire sulla scelta di un bicameralismo paritario piuttosto che differenziato, sulla elezione diretta o indiretta dei nuovi senatori, sulla ripartizione di competenze tra Stato e Regioni. La vera posta in palio è un’altra, e riguarda i nuovi equilibri di potere.

Il quadro politico italiano è in piena fase di ridefinizione. L’irruzione del Movimento 5 Stelle con la sua impostazione post-ideologica e la retorica di superamento del classico schema destra-sinistra rappresenta già da qualche anno una novità importante nel panorama politico italiano, ma è con i suoi recenti successi elettorali che è diventato un attore affermato e di primo piano, che ha trasformato il sistema politico italiano in un tripartitismo estraneo alla nostra storia e al quale sembra ancora troppo difficile abituarcisi. Il centrodestra, dal canto suo, dopo l’uscita di scena dello storico leader Silvio Berlusconi è alla ricerca di un nuovo slancio e possibilmente di una nuova identità: per questo è sceso in campo il manager Stefano Parisi che, galvanizzato dal buon risultato ottenuto alle amministrative di Milano, tenta l’impresa.

Quanto al centrosinistra, ridotto ormai al solo PD, le protratte tensioni interne al partito denotano una guerra di posizione tra visioni politiche diametralmente opposte che non aspetta altro che arrivare allo scontro finale. Da sottolineare anche la ormai quasi irrimediabile irrilevanza della sinistra radicale che per lungo tempo nella storia repubblicana ha giocato ruoli di primo piano. Tutte queste situazioni che denotano una certa instabilità nel sistema potrebbero trovare nel referendum costituzionale la via della loro risoluzione, e gli esponenti politici ne intravedono nettamente le opportunità ed i rischi.

A caratterizzare la partita del referendum vi è la figura del premier Matteo Renzi, una delle più importanti novità della scena politica italiana che in questo appuntamento elettorale attende il primo vero giudizio sull’operato del suo governo. La personalizzazione del referendum non ha fatto altro che alimentare le tendenze in atto e incendiare il clima di scontro, divenuto ormai una partita di uno contro tutti. Di conseguenza la posta in palio è divenuta ancora più elevata e ghiotta: se dovesse vincere il Sì Renzi acquisirebbe un consenso incommensurabile, tale da fornirgli una spinta propulsiva incredibile nel suo disegno politico. Un consenso e una legittimazione che nelle sue mani, da leader risoluto e decisionista quale è, rappresenterebbero un pericolo non da poco, ed è proprio questo il vero timore di tutte le opposizioni. La partita del referendum non è perciò né ideologica e né di merito: è una battaglia per la conquista del potere politico che nel migliore dei casi si manifesta come uno scontro generazionale e nel peggiore in una resa dei conti.

Un referendum solitamente cela dentro di se un significato che è maggiore di quello contenuto nel quesito sulla scheda. Ma questa volta la portata della consultazione è davvero di dimensioni epocali, e non per la revisione della Costituzione. Quello è forse l’aspetto meno importante. E non so se sia un bene o un male.

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Movimento 5 Stelle sei pronto a governare?

Le elezioni amministrative del 31 maggio con i successivi ballottaggi avrebbero dovuto essere appuntamenti elettorali di relativa importanza, senza lasciare troppe conseguenze e dall’esito non determinante per il governo in carica, qualunque esso fosse stato. Solo 7 erano le regioni chiamate al voto (tra cui molte con risultati scontati), e solo i 20 comuni capoluogo, con l’attenzione puntata principalmente su Venezia. Eppure queste elezioni un segnale importante, e forse decisivo, l’hanno dato. Non tanto per l’esito numerico uscito dalle urne quanto per lo scenario politico generale in cui si sono collocate.

Se volessimo incoronare un unico vincitore, questo non potrebbe essere altro che il Movimento 5 Stelle. In realtà la forza politica di Beppe Grillo non ha conquistato nessuna regione  e solo in una manciata di comuni è riuscita a far eleggere i suoi candidati (di cui 5 su 5 ai ballottaggi), ma è l’unica che può capitalizzare un risultato che la vede ormai come secondo partito dietro un PD più che indebolito, e con una percentuale che si aggira stabilmente intorno al 20%. Numeri che sono un trampolino di lancio e non un punto di arrivo. Questo perché l’attuale scenario politico vede delle situazioni più che favorevoli al Movimento, con reali possibilità di sbaragliare l’intera concorrenza e affermarsi come prima forza politica.

Primo fra tutti, lo scandalo Mafia Capitale. L’inchiesta della Procura di Roma sta seriamente facendo tremare Palazzo Chigi, e il coinvolgimento del sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione non ne è che un esempio. Ma la mossa più rischiosa per l’esecutivo potrebbe essere la blindatura del sindaco Ignazio Marino al Campidoglio, dal momento che se le indagini dovessero continuare ad avvicinarsi pericolosamente al primo cittadino romano, lì il governo rischierebbe sicuro. E il Movimento 5 Stelle ne ha approfittato: già si prospetta una candidatura di peso come quella di Alessandro Di Battista al Comune in caso di elezioni anticipate. A Roma, come in tutta Italia, il Movimento si presenta come una forza politica estranea alle logiche di potere predominanti e al marciume corruttivo dilagante, che riguarda sia destra che sinistra. Per il momento.

In più la nuova legge elettorale. Chissà se Matteo Renzi quando preparava l’Italicum, che prevede un vero e proprio ballottaggio se nessuna lista supera il 40%, avrà pensato al Movimento 5 Stelle, che ai ballottaggi ha la innata abilità di ribaltare i pronostici, come dimostrano le ultime comunali, ma come hanno dimostrato soprattutto i casi di Parma nel 2012 e di Livorno lo scorso anno.

Tutti si affannano a trovare il Podemos o la Syriza italiana, ovvero quel movimento di rottura con la tradizionale classe politica, in grado di portare cambiamento e rinnovamento. In realtà quel movimento in Italia già c’è, anche da prima dei succitati, ed è il Movimento 5 Stelle.  Non sarà di sinistra, anche se qualche punto in comune lo si ritrova (vedi la battaglia per il reddito di cittadinanza). A ognuno il suo, dunque. Syriza è andata al governo in Grecia lo scorso gennaio e Podemos potrebbe fare la stessa cosa  in Spagna a fine anno. Non resta che il Movimento 5 Stelle in Italia. Le condizioni ci sono tutte, le elezioni non ancora, ma per quelle non c’è problema: potrebbero arrivare da un momento all’altro.

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Podemos, ovvero quello che doveva essere il MoVimento 5 stelle

Due movimenti anti-casta, due leader carismatici, due Paesi attanagliati dalla crisi economica. Una origine comune ma destinazioni diverse, quelle di Podemos in Spagna e del MoVimento 5 stelle in Italia, due forze politiche recenti ed inconsuete nel panorama politico dei due Paesi che ne sono divenute le maggiori rivelazioni elettorali. Podemos, appena pochi mesi dopo la sua nascita avvenuta lo scorso febbraio, ha ottenuto l’8% alle elezioni europee ed ora è dato come primo partito secondo i sondaggi. Il MoVimento, un po’ più vecchiotto, fondato nel 2009, ha conosciuto il suo “boom” alle ultime elezioni politiche del febbraio 2013, ottenendo il 25%. Ma ora la musica sta cambiando per quest’ultimo.

Se la formazione di Pablo Iglesias sta vivendo il suo migliore momento, ciò non si può dire per la creazione di Beppe Grillo, che è reduce da una sonora batosta elettorale alle ultime elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, e sconta contestazioni dalla base e divisioni interne. Storia di un declino prevedibile. Eppure il MoVimento poteva davvero essere quella rivoluzione nella politica italiana, quell’«apriscatole» che doveva smascherare e poi stracciare tutti i privilegi della casta, quel nuovo modo di fare politica, quella nuova idea di democrazia partecipativa che opera grazie alla rete, o almeno esserne un onesto tentativo. Invece no. La sbandierata democrazia diretta di Beppe Grillo si è trasformata nella tirannia di un capo-popolo che ha utilizzato l’agorà digitale come un plebiscito per l’approvazione di decisioni già prese (basti pensare che tutte le votazioni per espellere parlamentari alla fine hanno visto questo esito e sul sito del MoVimento non è possibile la presentazione di proposte di legge da parte degli iscritti).

Podemos invece sembra essere quel cambiamento. Sembra essere quel ciclone anti-casta e anti-privilegi, soprattutto per il fatto di essere una evoluzione del movimento degli indignados. Sembra anche essere quel nuovo modo di fare politica, inclusivo e partecipativo, che coniuga le votazioni web con l’attività dei più tradizionali circoli territoriali. In questi casi Podemos può dimostrare di avercela fatta rispetto al MoVimento, suo corrispettivo italiano. Una cosa importante però, oltre all’attuale riscontro di consensi, differenzia le due formazioni politiche. Podemos è apertamente ed esplicitamente un partito di sinistra. È stato messo in piedi da un documento firmato da intellettuali della sinistra spagnola e non si esclude per il futuro una alleanza con Izquierda Unida. 

Il movimento di Beppe Grillo invece ha cercato la strada della distinzione assoluta dall’attuale classe politica, intraprendendo quel tentativo di essere “oltre“, ma finendo invece per smarrire se stesso e tantissimi sostenitori.  Nato con posizioni fondamentalmente di sinistra (le battaglie ambientali, il pacifismo, l’idea di decrescita e di democrazia dal basso) ha finito col solleticare la pancia della destra xenofoba (si vedano le posizioni sull’immigrazione che dividono internamente il MoVimento) pur di racimolare voti facili. Forse se fosse stato più fedele alle origini e meno accentrato nelle decisioni, il MoVimento sarebbe potuto essere il Podemos italiano, che convince i suoi sostenitori e mira al governo. Ma forse è meglio dare tempo a questa nuova entità politica spagnola per confermarsi e cercare di non deludere tutte le aspettative. In fondo non hanno ancora dimostrato niente di eccezionale. Come il MoVimento 5 stelle. 

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Scettico dell’euroscettico

Si sa, queste prossime elezioni europee saranno quelle che secondo le impressioni di tutti i commentatori e di tutti gli esperti decreteranno una consistente affermazione dei partiti e movimenti euroscettici di tutto il vecchio continente. Proprio tutto. I populisti e antieuropeisti sono cresciuti in maniera impetuosa nei sondaggi, ma anche nelle ultime elezioni alle quali si sono presentati. I più importanti, tuttavia, sono tre, anche perché importanti sono i Paesi ai quali appartengono. Ovviamente c’è il nostro Movimento 5 stelle che però è più populista che euroscettico. Il suo euroscetticismo è una vetrina per attirare la rabbia e il malcontento diffuso che in qualche modo devono essere scaricati. L’Europa è pertanto il bersaglio più facile, ma lo è perché si tratta di elezioni europee, infatti nelle elezioni politiche la rabbia è stata scagliata contro la casta, e molto facilmente Grillo si lascia anche andare in singulti anti-italiani, vedi le recenti dichiarazioni in favore di chi ha fischiato l’inno nazionale alla finale di Coppa Italia. L’Euroscetticismo del Movimento 5 stelle non è definitivo né distintivo. Basti aggiungere che l’uscita dall’euro non è una condizione fondamentale del movimento, ma anzi è successiva solo ad un referendum che attesti la volontà del popolo italiano di abbandonare la moneta unica. Per il resto, il Movimento non ha espresso la benché minima intenzione di uscire dall’Unione Europea.

Gli altri partiti euroscettici forti si trovano in Francia e in Gran Bretagna. Nella Repubblica d’oltralpe il successo del Front National di Marine Le Pen non è più una sorpresa. Il partito nazionalista, infatti, ha ottenuto un grandi consensi alle ultime presidenziali con Mairne Le Pen e un ottimo risultato alle recenti amministrative. Il Front National, però, a differenza del Movimento 5 stelle italiano, ha ben chiare le sue idee in Europa: uscire immediatamente dall’euro e ripartire da una Europa di stati-nazione. Il suo successo in Francia, d’altra parte, è legato motivi simili a quelli che hanno portato al successo il movimento di Grillo: ha canalizzato il malcontento della popolazione contro il fallimento del governo in carica ed è cresciuto in concomitanza con lo sfacelo della destra moderata francese, rappresentata dall’UMP. Ma la forza politica neofascista (anche se ora rivisitata in chiave “responsabile”) non è nuova a successi di questo genere: già con il padre di Marine, Jean-Marie, il fronte era riuscito ad arrivare al ballottaggio con Chirac nelle presidenziali del 2002, ma l’affermazione del fronte è arrivata soprattutto in altre elezioni europee dove in più di una occasione in passato è riuscito ad andare oltre il 10%.

In Gran Bretagna l’Ukip di Nigel Farage gode parimenti di uno strepitoso momento di gloria. Alle elezioni amministrative dello scorso anno ha ottenuto il 23% dei consensi, a soli due punti percentuali dai conservatori di David Cameron, con i quali condividono la stessa tradizione politica. Il fenomeno dell’euroscetticismo in Gran Bretagna e molto più normale e consolidato, dal momento che la “perfida Albione” ha sempre voluto vantare un certo isolazionismo messo in cantina durante il travolgente momento dell’integrazione europea degli anni ’70, quando anche il regno della regina Elisabetta II è entrato a far parte della comunità, e poi resuscitato a piene forze con la crisi dell’Europa unita degli ultimi anni. Nigel Farage, anche lui, sa bene cosa vuole fare con l’Europa: salutarla, e uscire direttamente dall’Unione, visto che l’euro non può preoccuparlo dal momento che la Gran Bretagna non ne fa parte.

Nel resto dell’Europa, come detto, tutti i partiti estremisti ed euroscettici riscontrano un particolare successo. Succede in Ungheria con il partito di ultradestra Jobbik, che vuole che l’Ungheria esca dall’Unione, succede in Finlandia con i Veri Finladesi che, anche loro reduci da ultimi grandi successi elettorali, si scagliano contro l’aspetto solidale dell’Unione e tutti i progetti di salvataggiodi stati in difficoltà con i conti, succede in Svezia con i Democratici Svedesi, formazione politica di discreto successo che lotta contro l’immigrazione. In generale i partiti ed i movimenti euroscettici di successo sono populisti e di estrema destra, ma non mancano Paesi in cui l’antieuropeismo è rivendicazione politica dell’estrema sinistra come in Spagna con Izquierda Unita e in Portogallo con il partito comunista portoghese.

Ma non lasciamoci incantare dai numeri e dagli strilli. L’euroscetticismo dilagante oltre a non essere una assoluta novità e oltre ad andare abbastanza di moda vista la situazione di crisi economica e monetaria, è un fenomeno abbastanza esagerato nella sostanza. Uno sguardo un attimino più pacato dei dati, come quello fatto dal Guardian, ci dice che secondo i sondaggi in tutta Europa la percentuale di voto popolare in favore delle forze euroscettiche equivale al 30%, di soli 5 punti percentuali in più rispetto alle passate elezioni, e il numero dei seggi su cui siederanno parlamentari euroscettici potrebbe essere di 218 su 751, rappresentando poco più di un quarto del Parlamento di Strasburgo, che non è un risultato da buttare, ma senz’altro contenuto e contenibile. E questi sono solo sondaggi. I risultati, in effetti, potrebbero superare le aspettative, ma potrebbero anche andare al di sotto. In realtà il fenomeno ci appare di ampia portata perché trattato ormai quasi  ossessivamente dai media sulla scia dei successi riportati in patria da ognuno di questi partiti ma per vicende di politica interna, di sfiducia nei singoli governi nazionali, non certo per una ben precisa critica al modello di integrazione europeo. Il successo in patria dell’euroscettico non è dire lo stesso del successo in Europa. D’altronde stenta ad affermarsi una vera trasversalità  di tutte le forze euroscettiche; ci ha provato Marine Le Pen tendendo la mano a Grillo, ma si è vista rispondere picche per la pericolosità del progetto che potrebbe portare nocumento ad ogni singola formazione piuttosto che benefici vista l’eterogeneità vistosa tra tutti questi. In ultimo, tra i cinque candidati alla presidenza della Commissioneeuropea non ce n’è uno euroscettico, anzi tra loro è quasi una gara a chi chiede più Europa. Solo Tsipras, il leader greco di Syriza, la coalizione di partiti di estrema sinistra, è critico nei confronti di questa Europa, ma per lui l’Unione non è mai stata in discussione e nemmeno l’euro.

Il vero euroscetticismo, in fin dei conti, non si ritrova nei ben conosciuti movimenti populisti, nazionalisti o razzisti, bensì nell’astensione alle elezioni europee, la quale risulta elevatissima. Così come il dissenso verso un governo in carica viene anche dimostrato rinunciando a partecipare alle elezioni, in Europa la bassissima affluenza alle urne, che nel 2009, per esempio, si è attestata al 43%, è indicatore di quanto tutti siamo poco europei. Il motivo è da imputare anche ai media che destinano pochissimo spazio ad una vera informazione europea. I media di tutta europa, non solo italiani, sono dominati ancora dalla politica interna come se questa funzionasse in maniera pienamente indipendente non solo dalla politica europea, ma  dalla politica internazionale in generale. Ci sono stati ben due confronti tra i cinque candidati alla presidenza della commissione europea, ma questo avvenimento stenta a trovare risalto nella nostra tv, per esempio. Se continua così, se una cappa di disinformazione e un velo di apatia continueranno ad incombere su tutti i cittadini europei, i veri euroscettici non saranno quelli che strillano e che lanciano invettive contro Bruxelles, ma tutto il resto.

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Bentornata Prima Repubblica

Non è la prima volta negli ultimi vent’anni che si insedia al potere un governo non eletto. Assolutamente no. Letta non era mica stato eletto, così come Monti. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, nella nostra Repubblica non si è mai insediato un governo eletto dal popolo. Perché il popolo non elegge il governo, elegge il parlamento. Il parlamento poi vota la fiducia al governo. Un governo il cui primo ministro è stato incaricato dal Presidente della Repubblica. Un po’ complicato, in effetti. Ecco perché la vox populi tuona quando sale a Palazzo Chigi qualcuno non candidato alle elezioni, qualcuno che non ha fatto campagna elettorale, che non c’era il suo nome scritto sulla scheda elettorale. Il popolo pretende di decidere qualcosa che al momento attuale,secondo la nostra architettura costituzionale, non può decidere. Ovvero il capo del governo. Per questo ci vuole una riforma istituzionale. Che sicuramente andrebbe fatta, ma ciò non giustifica il dichiarare illegittimo, o più semplicemente ripudiare un metodo di formazione del governo previsto dalla nostra Costituzione, in vigore da più di sessant’anni.

Ci siamo illusi nel ’92-’93 di aver superato la prima repubblica e di aver dato vita ad un nuovo inizio, la seconda repubblica, un posto dove il popolo elegge il capo del governo, basta con la vecchia classe politica e le riforme finalmente si faranno. Tutto ciò però non è avvenuto. La forma di governo presidenziale non ce l’abbiamo, le riforme non sono state fatte e in parlamento c’è gente che era presente già vent’anni fa e più. Prima e seconda repubblica sono solo un continuum dove prima il popolo sapeva di votare i partiti e di dover stare a guardare i loro giochetti senza avere nessuna possibilità di intervenire, e dopo il popolo vota di nuovo i partiti convinto che la sua scelta possa influire un po’ più di prima, ma deve ancora una volta stare a guardare i giochetti senza nessuna possibilità di intervenire. Inoltre con la riforma elettorale del 2005, il “porcellum”, la situazione è addirittura peggiorata, tanto che i parlamentari non vengono scelti dal popolo ma dalle segreterie dei partiti.

In realtà qualcosa è cambiato dalla prima alla seconda repubblica. Prima di tutto il sistema elettorale, che nel ’93, con la Legge Mattarella, passa da un sistema proporzionale puro ad uno misto al 75% maggioritario. Non si tratta di una modifica epocale, ma qualcosa ha contribuito a cambiare, soprattutto la tendenza a formare alleanze tra i partiti, le coalizioni. Non si è capito molto bene quale fosse stato il vantaggio di queste coalizioni visto che i partitini continuavano felicemente la loro esistenza e anzi riuscivano a contare anche qualcosa in più. Poi, come se non bastasse è arrivato il porcellum nel 2005 il quale ha trasformato il nostro sistema elettorale in qualcosa che nessuno sa bene come definire tanto che “porcata” è stata la migliore descrizione trovata.

Un’altra cosa che poi è cambiata dalla prima alla seconda repubblica è il modo di pervenire alla scelta del Presidente del Consiglio. Con la seconda repubblica sono nati innanzitutto i governi “tecnici”, in un certo senso responsabili di “aggiustare i conti”, prima per riuscire ad entrare nell’Unione Monetaria Europea (con Ciampi e Dini) e poi per cercare di non uscirne (con Monti). Per la prima volta venivano incaricati Presidenti del Consiglio non parlamentari, e quindi non eletti dal popolo. Inoltre, mentre in precedenza il nome da mandare a Palazzo Chigi veniva scelto dai partiti e sottoposto al Presidente della Repubblica che doveva solo formalmente incaricarlo, nella seconda repubblica la carica più alta dello Stato ha visto aumentare il suo potere decidendo in primo luogo il nome del Capo del governo. Ciò è avvenuto con Monti, la cui precedente designazione a senatore a vita faceva intravedere chiaramente le intenzioni di Napolitano, ed è avvenuto anche con Letta, scelto per la trasversalità degli apprezzamenti nei suoi confronti. Con la crisi dei partiti, la loro debolezza, la loro litigiosità, abbiamo potuto dunque vedere che il ruolo del Presidente della Repubblica è aumentato, peculiare caratteristica del nostro ordinamento (vedi post precedente per approfondimento).

Ma ora veniamo a Renzi. Renzi non è un “tecnico”, e non è nemmeno incaricato di portare avanti un governo di “larghe Intese”, di “transizione” o di “emergenza”. Renzi sarà a capo di un governo politico, nominato da Napolitano, votato dal parlamento, ma non eletto dal popolo. Nemmeno il suo partito, il PD, ha ottenuto consensi schiaccianti nelle ultime elezioni. Infatti, è stato il primo partito solo al Senato, ma non alla Camera, superato dal Movimento 5 Stelle. E tuttora i sondaggi, è vero che lo premiano come prima forza politica, ma a livello di coalizione, il centrosinistra, non è certo ce la possa fare se si dovessero tenere elezioni a breve. Ma questa eventualità sembra essersi definitivamente allontanata. A questo punto la risposta alla domanda che molti si stanno ponendo, e cioè perché Renzi ha deciso di accettare l’incarico di formare il governo senza passare delle elezioni sembra essere chiara. Nonostante lo stesso Renzi abbia già in precedenza dichiarato di diventare Presidente del Consiglio solo a seguito di elezioni che lo vedevano vincitore, il sindaco toscano è un personaggio molto pragmatico e realista. Sa infatti di non avere la certezza di vincere a delle probabili elezioni. Sa, invece, di contare su un appoggio abbastanza ampio in parlamento, che gli permetterebbe di realizzare le riforme che egli ha in mente. Se strategicamente questa sia la scelta giusta non è possibile ancora saperlo. La maggioranza che lo sosterrà potrà essere pure ampia, ma non solida, non di certo omogenea. Tutto dipenderà dall’esito dei suoi intenti: se riuscirà a realizzare le riforme, se lo spread scenderà ancora, se l’economia, anche con una certa dose di fortuna, ripartirà. E chissà se dalla prima o seconda repubblica che sia riusciremo finalmente ad approdare ad una repubblica normale.

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Impicciamoci dell’impeachement

Cos’è l’impeachment? Perchè se ne parla così tanto? Perché una parola in lingua inglese per indicare qualcosa inerente al nostro ordinamento? Ecco forse è meglio partire da questa ultima domanda.
Ormai è noto l’uso massiccio di vocaboli di lingua inglese nella nostra lingua soprattutto per indicare argomenti e concetti di difficile traduzione, o più immediatamente comprensibili in lingua straniera. Ed ecco ad esempio le parole budget, standard, il concetto di spoil system, per non parlare di tutti i termini per l’informatica come wireless, password, account, download e chi più ne ha più ne metta. Ma questo non è il caso della parola impeachment, che letteralmente significa imputazione, ma che richiama un altro concetto che è quello dell’impeachment negli Stati Uniti, o in generale del mondo anglosassone, un istituto mediante il quale un ufficiale pubblico viene accusato della commissione di atti contrari all’esercizio delle sue funzioni, venendo così rinviato a giudizio.

In Italia si parla di impeachment solo nei confronti del Presidente della Repubblica, riferendosi ad un istituto specifico del nostro ordinamento che è la messa in stato di accusa del Presidente prevista dall’articolo 90 della Costituzione. Articolo che prevede due sole condizioni per l’avvio di questa procedura (la quale è alquanto lunga e complessa): alto tradimento e attentato alla costituzione. Perciò, più che altro per una questione di correttezza giuridica, parlare di impeachment in Italia risulta essere piuttosto inappropriato, più o meno come parlare di premier per indicare il Presidente del Consiglio dei Ministri. Fatta questa precisazione, perché il Presidente della Repubblica è attualmente nell’occhio del ciclone e soggetto all’avvio di una procedura di messa in stato di accusa?

Il polverone è stato sollevato, come prevedibile, dal Movimento 5 Stelle che già da tempo gridava a gran voce l’impeachment, prima ancora di questo piccolo scandalo scoppiato negli ultimi giorni che riguarda l’atteggiamento proprio del Presidente nella torrida estate del 2011 quando il nostro spread viaggiava nella stratosfera. Gli attacchi di Beppe Grillo, in realtà, sono molto più datati e risalgono fin da quando il Movimento del comico non era che una forza politica appena nata. Infatti Napolitano era il “Morfeo” che dormiva al Quirinale e si svegliava solo per firmare leggi vergogna come quella del Lodo Alfano. L’idea vera e propria di impeachment è nata poi quando il Movimento è entrato in Parlamento ed infatti la proposta è partita, come di consueto, dal blog di Grillo in un post dello scorso ottobre a firma di Paolo Becchi, ideologo del movimento a più riprese scaricato e riabilitato dal comico, invece padrone del Movimento. In quell’intervento, nel quale si citava Umberto Eco, veniva sottolineata la natura politica dell’azione di messa in stato di accusa del Presidente con la quale il Parlamento “deve rileggere la Costituzione ad alta voce e di fronte al Paese”. L’accusa principale riguardava il fatto che il Presidente esercitasse in modo non neutro le sue prerogative costituzionali.

È comprensibile come il Movimento 5 stella possa avercela con la figura del Presidente della Repubblica. Trattasi di una carica notoriamente poco democratica in quanto non viene eletto direttamente dai cittadini ma dal Parlamento tramite accordi tra i partiti. Tuttalpiù da quando Napolitano è stato eletto per la seconda volta, questa irruenza nei confronti del Presidente è naturalmente aumentata. Non era mai capitato prima che un Presidente che è già stato al Quirinale per sette anni, venga riconfermato per (teoricamente) un altro mandato. Considerata la durata media dei governi in Italia, quattordici anni al potere una persona sola possono corrispondere ad una anomalia per quanto siamo abituati. Ma questo non avverrà perché Napolitano è troppo vecchio e stanco ed ha accettato un nuovo mandato solo perché emergenziale.
A questo punto ci sarebbe da chiarire il ruolo che in generale il Presidente della Repubblica esercita nel nostro ordinamento. Abbiamo visto nell’ultimo periodo un estremo dilatarsi dei suoi poteri: da mero organo di garanzia costituzionale a organo governante. Questa possibilità corrisponde alla caratteristica a “fisarmonica” del potere del Presidente: si espande quando i partiti e il Parlamento non riescono a dare stabilità al sistema politico; si contrae quando i partiti e i governi sono sufficientemente forti per assicurare questa stabilità.

Perciò risulta essere inutile parlare di non rispetto della neutralità del suo potere, come dice Grillo: il potere è neutro solo se non è necessario intervenire per “salvare” l’Italia, ma non può esserlo se i partiti si ritrovano in seria difficoltà (di autorevolezza esterna e di coesione interna) e anzi essi stessi hanno permesso al Presidente di agire, di formare cioè un governo tecnico prima (quello di Monti) e un governo “del presidente” (quello di Letta) poi, e gli stessi partiti hanno inoltre supplicato Napolitano di rimanere Presidente ancora un altro po’.
L’accusa di complotto ordito da Napolitano nell’estate 2011 contro l’allora governo in carica di Berlusconi è solo una fantasiosa illazione, perché il Presidente, se aveva già contattato il professor Monti, in quel momento ha agito responsabilmente secondo delle sue prerogative, vista l’enorme difficoltà del governo in carica e la possibilità di una caduta di questo da un momento all’altro. D’altronde, lo stesso Beppe Grillo dal suo blog, in un post del 30 luglio, invocava nei confronti del Presidente la nomina di un nuovo governo per uscire dal pantano della crisi economica.

In conclusione, la richiesta del Movimento 5 Stelle di messa in stato di accusa del Presidente è stata archiviata fin da subito per infondatezza, e questo anche i grillini se lo aspettavano. La campagna politica, invece, che stanno conducendo contro la più alta carica dello Stato sembra non accennarsi al termine. Da una parte rientra nella classica azione di protesta contro tutto tutti che conduce il Movimento: Napolitano è parte di un sistema politico marcio, da eradicare. Dall’altra, la contestazione avviene contro la natura stessa della carica di Presidente Presidente della Repubblica, che un populismo esagerato come quello dei 5 Stelle
non può considerare con simpatia.

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